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Ascoli Calcio, Il ‘bomber’ Federico Dionisi si racconta

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Il bomber Federico Dionisi

Il bomber bianconero Federico Dionisi per la felicità dei tifosi si è raccontato nel quarto numero del Magazine ‘Passione Ascoli Calcio’ realizzato dalla società di Corso Vittorio Emanuele

Indossa gli occhiali per moda, come alcuni suoi colleghi, o per necessità?

“Per necessità, assolutamente. In realtà avrei dovuto metterli fin da piccolo, ma non ho mai voluto indossarli, pensate che da bambino li nascondevo nelle scatole per farli buttare da nonna Gina, ma non ci sono mai riuscito (scherza). Se in campo sono impulsivo e istintivo, fuori sono una persona tranquilla e riservata, non mi piacciono molto interviste come queste, ma allo stesso tempo mi piace l’idea che la gente mi conosca un minimo per quello che c’è sotto la maglia bianconera. Da piccolo abitavo con la mia famiglia a Cantalìce, nella parte bassa del paese, dove attualmente vive papà Dino e i nonni paterni, Gina e Carlo, detto Mario. Mi hanno sempre seguito e continuano a farlo oggi: nonna ha sempre vissuto in funzione di noi nipoti e oggi, ormai ottantenne, è super aggiornata fra Televideo e Dazn su quello che riguarda me e mio fratello Matteo. Entrambi i nonni paterni sono agricoltori e i prodotti che coltivavano finivano direttamente nel negozio di alimentari e macelleria, che mamma Nadia e la zia gestivano in paese fino a qualche anno fa. Torno a Cantalìce ogni due settimane a trovare papà e i nonni.”

Dionisi festeggia il suo centesimo gol in serie B

Il rapporto con papà Dino?

“Con lui non servono molte parole, abbiamo un ottimo rapporto, ci sentiamo ogni sera, ma non vi aspettate lunghe telefonate, a lui basta sapere che sto bene. E’ sempre stato un papà molto presente soprattutto nei momenti di difficoltà. Ed è un ottimo nonno per mia figlia Giulia. Mio padre è stato campione italiano a squadre di corsa campestre dai 16 ai 19 anni ed è proprio grazie all’atletica che è entrato a far parte della Forestale, di cui è ispettore. Mio fratello Matteo è un calciatore come me, più grande di 22 mesi, siamo praticamente coetanei e abbiamo vissuto fin da piccoli sempre in simbiosi, abbiamo frequentato lo stesso gruppo di amici, che continuiamo a vedere e frequentare anche oggi appena abbiamo un po’ di tempo libero, alcuni giocano nella prima squadra della Polisportiva Cantalìce, che milita in Promozione.

La morte della suaa mamma nell’Ottobre del 2017 a soli 52 anni è stata un grande dolore?

“E’ stata una mamma molto presente, attenta all’educazione e ai comportamenti di noi figli. Addirittura negli ultimi anni mi riprendeva dopo le partite quando capitava che in campo mi arrabbiassi. E’ sempre stata orgogliosa e felice di me e Matteo, degli uomini che eravamo e che stavamo diventando. Era attenta agli equilibri familiari, cosa non facile con tre maschi a casa e ciascuno col proprio carattere. Somiglio a lei in tutto, fisicamente e caratterialmente e molto di lei lo ritrovo in mia figlia”.

Com’è il suo paese: Cantalice?

“E’ il classico paesino in cui si conoscono tutti e i miei concittadini hanno sempre avuto per me un occhio di riguardo, mi seguono e sostengono da sempre. Per questo cerco di ricambiare tanto affetto dandomi da fare e rendendomi utile per la crescita del territorio. Ho fondato la Polisportiva Cantalìce: il Settore Giovanile e la prima squadra sono in loco, la Scuola Calcio è dislocata a Rieti. Inoltre da questa stagione abbiamo anche la squadra femminile, era giusto dare un’opportunità a ragazze che da un momento all’altro si sono ritrovate senza una società. L’idea alla base della Polisportiva e della Scuola Calcio è di essere un riferimento sociale per tanti giovani e per il territorio. A Rieti ho anche un negozio di abbigliamento, il “Diecidodici”, che gestisco da qualche anno con una socia. Non sono uno che segue la moda, anzi, è un mondo molto distante da me, ma “Diecidodici” è un altro modo per contribuire alla crescita del territorio in cui sono nato. Credo sia giusto sfruttare se stessi per delle giuste cause. Mi piace essere presente e partecipare alle iniziative e agli eventi del mio paese”.

Il rigore trasformato da Federico Dionisi

Terremoto?

“Purtroppo ho vissuto sia quello del 2009 a L’Aquila che quello del 2016 ad Amatrice: nel 2009 ero al Celano e la sera del 5 aprile ero a cena proprio a L’Aquila con un mio amico. Appena avvertimmo una delle prime scosse rientrammo subito a Celano, poi la notte ci fu la tragedia. Il terremoto del 2016 è stato distruttivo per le Marche e per il reatino. Conosco Sergio Pirozzi fin da quando ero piccolo e giocavamo con la squadra del paese contro l’Amatrice. E’ una grande persona che con gli anni ho conosciuto meglio tramite mio fratello, che lo ha avuto come allenatore nel Rieti quando hanno vinto il campionato di Serie D”.

Quando ha realizzato il centesimo gol in Serie B la prima dedica è stata per Giulia e per la tua fidanzata Martina?

“In famiglia hanno gioito per il traguardo raggiunto, ma a causa del Coronavirus non abbiamo potuto festeggiare tutti insieme. Mia figlia era contenta, per l’occasione le ho regalato la maglia dell’Ascoli col suo nome. Martina è la mia compagna da un anno e mezzo, mi è stata vicina nei momenti di difficoltà, è una persona che mi supporta e mi dà serenità. Con Giulia ho un rapporto bellissimo, cerchiamo di sfruttare il tempo in cui possiamo stare insieme per divertirci e per coltivare i suoi interessi. E’ una bambina molto attiva, anche più di me, innamorata dei cavalli, dello sci, della danza. Credo che il calcio le piaccia di riflesso, nel senso che i suoi cugini sono appassionati e quindi per lei è motivo di vanto avere il papà calciatore. Ecco, penso che le piaccia in quest’ottica”. 

L’attaccante Federico Dionisi ha scelto la maglia numero 9

Il prossimo step nella graduatoria dei migliori marcatori di Serie B, è a quota 103 gol, posto occupato da Francioso?

“Non mi interessano molto gli obiettivi personali, ho sempre una visione di gruppo; ho letto sui giornali che Schwoch guida la classifica marcatori, ma il mio obiettivo è continuare a fare quello che mi piace. Per fare bene in questo sport ti devi divertire, cercando di dare il meglio di te. Solo con lavoro e sacrificio si raggiungono i traguardi, non mi pongo limiti”.

Le piace cucinare?

“Ai fornelli me la cavo abbastanza bene, cucinare mi piace e mi rilassa. I primi piatti mi riescono meglio, soprattutto i risotti”.

Tempo libero? 

“Appena ho un paio di giorni liberi torno a casa, a Rieti e Ferentino, una capatina a Cantalìce da papà e dai nonni, una visita alla Polisportiva e alla Scuola Calcio e un salto al negozio di abbigliamento a Rieti. Insomma, sono sempre in movimento”.

Altri sport?

“Mi piace molto l’Nba, mi piace approfondire le storie dei grandi campioni come Jordan e Bryant perconoscere più gli uomini che gli idoli.”

Ci racconta i suoi inizi? 

“Fino a 16 anni sono stato un ragazzo abbastanza tranquillo, frequentavo l’Istituto Agrario a Cittaducale, a venti minuti da Cantalìce, ogni mattina papà mi accompagnava a scuola e a fine lezioni prendevo il Cotral in direzione Roma per andare agli allenamenti col Monterotondo. Devo dire che quando mi sono trasferito a Messina non ho sofferto il distacco dalla famiglia, i miei genitori sono stati sempre presenti nonostante la distanza. Facevo quello che mi piaceva e quindi per me era tutto bellissimo, un sogno. Col Livorno avevamo vinto il campionato e in quella sessione di mercato non avrei dovuto muovermi, poi si è presentata l’opportunità di fare una esperienza all’estero, cosa che mi allettava e devo dire che è stato un anno che mi ha dato grandi soddisfazioni: ho avuto la fortuna di fare gol al Porto e anche di giocare contro il Benfica in uno stadio gremito il giorno in cui ha vinto il campionato. In Portogallo il calcio è inserito in un clima più disteso, che a lungo andare può farti adagiare. Non c’è la pressione che abbiamo in Italia, quella che mi piace e che mi fa sentire vivo”.

L’esperienza ad Ascoli?

“Ormai sono in città da un po’ e mi rendo conto ogni giorno di più di quanto Ascoli viva di calcio, nonostante le difficoltà legate al Covid. Si percepiscono costantemente l’attaccamento e la passione che la gente ha per l’Ascoli. Ho trovato, inoltre, un buon livello di organizzazione, fondamentale per far bene. Tutti questi aspetti e sensazioni hanno rafforzato, semmai ce ne fosse stato bisogno, la convinzione della mia scelta. Sono estremamente contento di essere all’Ascoli e voglio raggiungere coi miei compagni quello che per una Società come questa è il minimo, la salvezza”.

Quanto si sente leader?

“Penso che tutti dobbiamo essere nel nostro piccolo leader, non deve esserci un ‘io’, che rappresenta un discorso egoistico che limita il gruppo, ma un ‘noi’. In un gruppo unito ci sono tanti esempi e ognuno di noi deve sentirsi leader per cercare di migliorarsi sempre in funzione della squadra. E’ normale che ci siano giocatori che, per il loro vissuto, debbano prendersi alcune responsabilità in più, ma in un gruppo serve sia la spensieratezza del giovane che l’esperienza del ragazzo più grande. Tutti dobbiamo migliorarci”.

L’ultimo pensiero è rivolto al gruppo?

“Tengo a rivolgere un pensiero a tutti i giocatori che sono all’Ascoli da inizio anno: si sono trovati a gestire tante difficoltà, eppure la spinta a volersi tirare fuori da questa situazione è arrivata da loro. E lo hanno fatto con spirito, voglia, sacrificio quotidiano, si sta formando una squadra che potenzialmente ha tanto da dare. Ad esempio di Sabiri pensavo calciasse bene, ma non così bene, di Brosco pensavo fosse forte avendoci giocato contro, ma in allenamento lo è ancor di più, ma potrei fare tanti nomi, Pucino, Eramo, tutti davvero”.