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Ascoli Calcio, Il portiere Nicola Leali rinnova il contratto fino al 2023

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L’Ascoli Calcio 1898 FC S.p.A. è lieta di annunciare il rinnovo del contratto col portiere Nicola Leali, che ha sottoscritto un nuovo accordo fino al 30 giugno 2023.

Al calciatore giungano le felicitazioni del Club e l’auspicio che insieme si possano raggiungere i traguardi sperati.

Nicola Leali che si è raccontato oggi al Magazine ‘Passione Ascoli’.

“Sono di Cavriana – ha ammesso il portiere bianconero – un paese piccolo di quasi 4000 abitanti, nel mantovano. E’ da un po’ che non torno a casa dai miei. E’ lì che ho fatto asilo, elementari e medie. Le scuole superiori, fino al quarto anno, le ho frequentate a Montichiari, a metà strada fra Cavriana e Brescia, dove avevo iniziato a giocare. Scelsi il Liceo Scientifico perché mi piaceva la matematica.

Al mattino prendevo il pullman per Montichiari, dopo la scuola di nuovo in bus fino a Brescia per gli allenamenti. Facevo pranzo al volo nel bar del centro sportivo, dopo gli allenamenti tornavo a casa e studiavo. Quando iniziai a giocare in prima squadra, a 18 anni, mi accompagnavano a turno i miei genitori perché il pullman non arrivava fino al campo, erano 100 chilometri fra andata e ritorno.

A 7-8 anni nel Cavrianponti mi schieravano anche a centrocampo, ma capitava spesso che mancassero i portieri e quindi iniziai a giocare solo in porta. Mi allenava Sergio Girardi, un ex portiere. Dal Cavrianponti sono andato alla Voluntas, un club collegato al Brescia Calcio, che in quel periodo non aveva una scuola calcio per under 10. Roberto Clerici era allenatore e Presidente della Voluntas, la società in cui sono passati anche Pirlo e Bonera. Fu lui a segnalarmi al Brescia e a 14 anni iniziai l’esperienza nel settore giovanile. Famiglia? Monica è la mia unica sorella, ha 14 anni più di me, in pratica sono “il suo fratellino”, quello coccolato da tutta la famiglia. Ha un negozio di prodotti per la cura del corpo a Castiglione delle Stiviere. I miei genitori vivono con nonna Maria a Cavriana: papà Andrea ora è in pensione, lavorava per il gruppo Marcegaglia, mamma Neies era dipendente di un’azienda di calze, poi fallita. Da lì ha smesso di lavorare per dedicarsi alla famiglia.

Le mie donne? Sono Francesca, mia moglie, e Lavinia, la piccolina. Francesca la conosco da tanti anni, ci siamo messi insieme da ragazzi. E’ di Treviso ed è lì che abbiamo costruito il nostro nido d’amore. Lavinia è nostra figlia, ha un anno e mezzo, ci ha cambiati molto, ci fa provare dei sentimenti così belli e forti che non saprei descriverli. Prenderla in braccio appena nata è stata un’emozione nuova, fino a quel giorno avevo sempre avuto timore di prendere in braccio un neonato. E’ una chiacchierona, ripete qualunque cosa, fortunatamente è piccolina e non si rende conto di quello che sta succedendo nel mondo a causa del Covid. Con Francesca ci siamo conosciuti nell’estate del 2008 in vacanza a Jesolo, io avevo 15 anni, lei 14. Sono stato io a fare il primo passo, nonostante – lo confesso – fossi impegnato, seppur da pochissimo, con un’altra ragazza. Per questo motivo Francesca non mi ha filato finché non mi sono lasciato. L’avevo notata in piscina, con un gioco le presi il telefono e mi feci uno squillo per avere il suo numero.

Da lì ho iniziato a scriverle, il giorno dopo in spiaggia ricordo di averle preso la mano, un gesto che oggi non significherebbe nulla, ma che una volta rappresentava tanto. Ci siamo fidanzati dopo pochi giorni, quando chiusi la storia precedente. Francesca mi ha sempre seguito, in tutte le esperienze lavorative. Nel 2018 ci siamo sposati a Treviso, la proposta gliel’ho fatta il giorno in cui siamo andati a vivere nella nostra nuova casa di Treviso”.

Capitolo Covid“Quando mi hanno detto che ero positivo, in uno dei tanti controlli di squadra, non ho avuto paura, fortunatamente ho avuto febbre e un forte mal di testa solo per una notte e poi la perdita di gusto e olfatto che accomuna quasi tutti i positivi. Il problema è stato il non riuscire a negativizzarmi, quindi per 21 giorni sono stato chiuso in una stanza”.

La Juventus. “Dopo l’esperienza nel Brescia, mi acquistò la Juve, era la stagione sportiva 2012/13, feci il ritiro estivo e da lì iniziai ad andare in prestito cambiando ogni anno squadra, Lanciano e Spezia in B, Cesena e Frosinone in A. Poi le esperienze all’estero con l’Olympiacos e lo Zulte Waregem prima di rientrare in Italia a Perugia e Foggia. L’estero era una opportunità che ho colto, c’era la possibilità di giocare le competizioni europee e questo mi aveva allettato, ma poi a livello umano ti rendi conto di quello che hai in Italia. Tornando alla Juventus, dico che lì c’è un mondo a sé, ti colpisce l’organizzazione e il fatto che non si lasci nulla al caso. Molto alto è anche il livello degli allenamenti, è lì che ho incrociato Padoin.

L’etichetta giovanile di “nuovo Buffon”? Non mi è mai pesata, anzi, quando sei giovane fa anche piacere essere accostato a uno come lui, fermo restando che Buffon è Buffon. Quello era il periodo in cui qualsiasi giovane veniva etichettato come “nuovo Buffon”, ma è chiaro che il paragone non regge, lui ha fatto la storia, rappresenta l’olimpo dei portieri, è rimasto ad un livello altissimo per oltre 20 anni. Idoli?  Dida e Buffon su tutti. Il primo era uno molto calmo, poi diventato decisivo nel Milan. Buffon mi piace per il suo carisma, da venti anni è fra i top tre al mondo, dimostra la sua continuità.

Oggi il calcio è cambiato, il portiere deve saper usare anche i piedi, deve saper alternare la fase di costruzione a quella di difesa della sua area. Una volta i portieri erano matti veri, estroversi, sopra le righe, ora sta succedendo un po’ il contrario secondo me, siamo più solitari, un portiere ha un carattere a parte, durante la gara è solo con la sua mente. Inoltre sa cosa vuol dire commettere un errore grave e dover reagire immediatamente per non compromettere la gara. In generale la considerazione dei giovani all’interno di una squadra è cambiata molto.

Ai miei tempi un giovane rispettava di più, era “costretto” ad essere più silenzioso, ad osservare per capire meglio le dinamiche di spogliatoio, che poi sono le stesse dinamiche di vita. Oggi invece i giovani sono presi più in considerazione fin da subito. Questo spesso avviene perché un giovane può diventare importante per una società ai fini della futura rivendita, ma può succedere che, se gli fai capire che può essere una pedina importante della squadra, finisca per sentirsi già forte”. 

Cucina“Adoro il salame, ma nella mia zona uno dei piatti tipici che apprezzo di più sono gli “agnolin”, i tortellini di Valeggio, me li facevano mamma e nonna, soprattutto nei mesi freddi. Ai fornelli me la cavo abbastanza bene, preparo pietanze semplici, sempre in linea con la dieta da rispettare”.

Social“Sono su Instagram e ho una pagina Facebook che fra l’altro non utilizzo, ho sempre voluto mantenere un po’ le distanze dal mondo virtuale perché si finirebbe per dare troppo peso alla vita non reale”.

Lotta salvezza dell’Ascoli“All’inizio della stagione c’è sempre la speranza che sia un anno positivo, ma alla fine è evidente che abbiamo avuto difficoltà fin dall’inizio. Da fine dicembre in poi è cambiato qualcosa all’interno del gruppo, la rosa si è rinforzata e siamo in piena corsa per la salvezza. Sappiamo bene che dovremo lottare fino alla fine, non sarà facile, ma abbiamo la possibilità e la voglia di raggiungere l’obiettivo. Rispetto allo scorso anno è una situazione diversa, nella stagione precedente il calo c’è stato nel girone di ritorno, poi ci fu il lockdown; quest’anno il trend è stato sempre quello.

In queste situazioni la forza del gruppo è determinante, giocare quando occupi una difficile posizione di classifica è più complicato. A noi “vecchi” tocca il compito di responsabilizzare i giovani e di aiutarli, far capire il momento, ma non farglielo diventare pesante. Per il prosieguo di questo campionato serviranno sia l’esperienza che la freschezza dei più giovani”.